Dentro il concept di The Dark Side Of The Moon

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Tutto comincia da un respiro che non è ancora vita, ma soglia. Il battito che apre il disco non è un semplice effetto sonoro: è la coscienza che emerge dal buio, l’istante esatto in cui un individuo si affaccia al mondo prima ancora di sapere cosa lo aspetta. I Pink Floyd costruiscono quel momento non con una melodia ma con un montaggio (ticchettii di orologi che si accavallano, il fruscio del denaro, risate che virano nell’isteria, il rombo di motori che si avvicinano) e in quella sovrapposizione claustrofobica si nasconde già l’intero disco: ogni rumore è un frammento del meccanismo che attende il neonato appena uscito dal nulla (Speak To Me).

Poi arriva l’invito, quasi un’istruzione di sopravvivenza affettiva: accogliere l’esistenza, non temere di provare empatia, di lasciarsi attraversare dai sentimenti senza vergognarsene. Ci si può anche allontanare, cercare una propria strada lontano da casa, ma senza tagliare i legami, senza smettere di guardarsi attorno e scegliere consapevolmente dove piantare radici. È un’apertura quasi tenera, che però si chiude su una verità spogliata di ogni promessa metafisica: per quanto lunga o ambiziosa possa essere una vita, alla fine resta solo una manciata di cose; i sorrisi donati, le lacrime versate, ciò che si è toccato e visto. Nessuna ricompensa nascosta, nessun disegno superiore: la realtà di un uomo è interamente contenuta nell’immediatezza di quello che sente e percepisce. Ed è proprio qui che il disco fa scattare la trappola: la stessa libertà appena evocata si rovescia nella routine, nel coniglio che scava la sua tana sotto terra dimenticando il sole cioè la libertà vera, e che, finito un compito, non ha diritto a un solo istante di sosta prima di doverne iniziare un altro. Si può continuare a illudersi di volare alto, ma solo seguendo la corrente, sottomettendosi alle regole della frenesia collettiva; e proprio mentre si crede di dominare l’onda più alta, in realtà si sta solo accelerando verso una fine prematura (Breathe).

Da qui la musica si fa fuga pura. I sintetizzatori ripetitivi e guardinghi di questo interludio non raccontano un viaggio sereno ma l’ansia stessa dello spostamento , lo stress dei trasporti, la paura ancestrale del volo, l’ombra della morte che si materializza nel boato finale di uno schianto aereo. È la velocità artificiale imposta dalla modernità, la corsa perenne dietro scadenze senza un vero traguardo, e il disastro che chiude il brano è il punto in cui la fuga in avanti incontra fisicamente la propria mortalità (On The Run).

A quel punto il disco smette di girare intorno al tempo e lo affronta di petto. I secondi scorrono pigri su una giornata uguale alle altre, sprecati con la leggerezza di chi crede di averne un’infinità a disposizione; si resta fermi nel proprio angolo di mondo, in attesa che qualcosa o qualcuno arrivi a indicare la direzione. Si è persino stanchi del sole, si preferisce restare in casa a guardare la pioggia, convinti che la giovinezza renda il tempo un nemico trascurabile, finché un giorno ci si accorge che dieci anni sono già passati alle proprie spalle, che nessuno ha dato il segnale di partenza e il colpo dello starter è andato perso senza nemmeno accorgersene. Si comincia allora a correre, disperatamente, dietro un sole che tramonta e che tornerà identico a se stesso il giorno dopo, sempre uguale nel suo ciclo, mentre chi lo rincorre invecchia, perde fiato, si avvicina di un giorno alla fine. Gli anni si accorciano, i grandi progetti restano mezza pagina di appunti mai realizzati, e l’unico modo conosciuto per reggere il colpo è aggrapparsi all’esistenza con quella rassegnazione silenziosa descritta come tipicamente inglese, un modo elegante di nascondere la disperazione dietro la compostezza, fino a restare con la sensazione di non aver detto tutto quello che c’era da dire. Solo nel ritorno a casa, davanti al fuoco, si trova un sollievo, ma è un sollievo a tempo: in lontananza il rintocco di una campana richiama i fedeli a inginocchiarsi davanti a formule sussurrate, l’ennesimo tentativo umano di esorcizzare con il dogma la paura della fine (Time).

È qui che il disco compie la sua sospensione più radicale, lasciando da parte ogni filtro ideologico e ogni consolazione religiosa per affrontare la morte senza mediazioni. Le voci parlate che introducono il brano ribadiscono l’ineluttabilità della fine e il rifiuto della paura come reazione; quello che segue non è più linguaggio ma puro grido, un’improvvisazione vocale che attraversa il terrore, la ribellione, e arriva infine a una resa dolorosa ma serena. È il punto più alto e più nudo dell’intero disco, collocato non a caso a chiusura della prima metà, come se l’intero ciclo dovesse fermarsi un istante a guardare in faccia ciò che lo attraversa silenziosamente dall’inizio (The Great Gig In The Sky).

Superata la soglia della morte, il disco torna sulla terra e affronta l’altra grande illusione di fuga: il denaro. Prima si presenta come promessa, un buon impiego, uno stipendio più alto, e ogni problema sembra dissolversi; un’adrenalina superficiale ma reale che spinge a sognare auto di lusso, caviale, hotel a cinque stelle, fino al delirio di poter comprare una squadra di calcio. Poi diventa scudo per l’egoismo: l’orgoglio di chi vive ormai in prima classe, circondato da impianti hi-fi, convinto di meritare un jet privato, e che liquida ogni discorso solidale come ipocrisia buonista. Infine si rovescia nella sua accusa più amara: il denaro descritto come colpa collettiva, come radice di ogni male, ma solo a parole, perché nel momento in cui si chiede un aumento il sistema si irrigidisce immediatamente e nessuno è disposto a cedere un centesimo della propria fetta. Tre fasi, una sola illusione che si ripiega su se stessa (Money).

Dal denaro alla guerra il passo è quello delle fazioni che si guardano da fronti opposti, dimenticando di essere, in fondo, solo uomini ordinari, separati da una distanza che nessuno dei due ha davvero scelto. Il comandante grida l’ordine di avanzare restando al sicuro nelle retrovie, mentre la prima linea muore e il generale, comodamente seduto, sposta linee su una mappa come se carne e sangue fossero solo simboli geometrici. Le divise si confondono nel fango, e nessuno può più dire chi sia il giusto e chi il colpevole: la battaglia sale e scende, ma resta un movimento circolare che non produce alcun progresso reale. Anche la retorica politica, con i suoi manifesti e le sue parole d’ordine, cede immediatamente il passo alla violenza concreta di chi impugna un’arma e offre un posto dentro la prigione, il furgone, la fossa. E la stessa logica di sopraffazione attraversa la povertà quotidiana: la miseria liquidata come un fatto ormai diffuso e ineliminabile, l’indifferenza di chi ha troppe cose a cui pensare per fermarsi, e un vecchio che muore per strada per la sola mancanza del prezzo di un tè e di una fetta di pane. La guerra tra chi possiede e chi non possiede, condotta senza fucili ma con uguale crudeltà (Us And Them).

Prima del crollo finale, il disco si concede una pausa che è in realtà la sua trappola più sottile. Il titolo, preso in prestito da uno slogan pubblicitario sull’illusorio ventaglio di scelta offerto al consumatore, racconta esattamente questo: la libertà di scegliere che la società concede, purché la scelta resti rigidamente dentro i binari già stabiliti. Il loop psichedelico dei sintetizzatori, con variazioni che sembrano infinite ma restano sempre identiche a se stesse, è il conformismo travestito da libero arbitrio, l’ultimo gradino prima dell’alienazione vera e propria (Any Colour You Like).

Ed è proprio quell’alienazione a esplodere nel penultimo capitolo, quello della follia. Il matto resta isolato sul prato, fuori dai confini permessi, mentre nella sua testa rivivono i giochi d’infanzia e le risate innocenti di un tempo che la società non gli permette più di abitare: chi devia dalla norma va contenuto, ricondotto sul sentiero. Ma la follia non resta fuori: si insinua nel corridoio, invade la casa, arriva ogni giorno con il carico dei giornali che ripiegano a terra i volti di chi dovrebbe rappresentarci. La demenza collettiva della politica e della società che entra quotidianamente tra le mura domestiche. E se la diga della propria stabilità dovesse crollare troppo presto, se non restasse più spazio per un rifugio mentale o materiale, il disco offre la sua unica vera promessa di fratellanza: l’incontro, per chi non riesce più a integrarsi nella logica del mondo, sulla faccia nascosta della luna. Quando infine il matto non è più fuori ma dentro la propria testa, l’unica risposta che la società sa offrire è la lama della psichiatria, la riorganizzazione forzata dei pensieri fino a rientrare nei parametri della sanità, una cella chiusa a chiave il cui prezzo è la perdita dell’io: qualcuno occupa la propria mente, ma non è più se stesso. Anche quando la tempesta esplode e il grido di solitudine non trova ascolto, anche quando persino il proprio gruppo comincia a suonare note diverse dalle proprie, resta quella stessa promessa di incontro nella zona d’ombra, l’unica appartenenza possibile per chi è stato escluso dalla logica condivisa (Brain Damage).

Tutto si richiude allora in un catalogo che non lascia fuori nulla: ogni cosa toccata, vista, assaporata, sentita; ogni amore e ogni odio, ogni sospetto custodito; ogni dono e ogni compromesso, ogni acquisto onesto o rubato; ogni opera creata e ogni cosa distrutta, ogni azione, ogni parola; ogni persona incrociata, offesa, combattuta; tutto il presente, tutto il passato svanito, tutto ciò che deve ancora arrivare. L’intera esistenza umana, con le sue contraddizioni irrisolte, avrebbe in teoria la possibilità di trovare un’armonia cosmica, un equilibrio in cui ogni cosa sotto il sole risuoni in accordo. Ma è proprio questa possibilità a restare costantemente negata: il sole, ovvero la ragione, la lucidità, la vita stessa, viene eclissato dalla luna, quella zona d’ombra fatta di follia, egoismo e fragilità che abita, da sempre, il fondo della natura umana. Il cerchio apertosi con un battito cardiaco si chiude qui, non con una risposta ma con un’eclissi (Eclipse).