Le rovine del castello di Cowdray, a Midhurst, nel West Sussex, portano ancora i segni dell’incendio che nel 1793 le riduce in macerie. Duecento anni dopo, il 18 settembre 1993, quella stessa tenuta torna a riempirsi di musica per commemorare il bicentenario del disastro e raccogliere fondi per il King Edward VII Hospital della città. Non è un raduno di massa né una diretta televisiva planetaria: circa mille spettatori, biglietti che vanno dalle 45 alle 160 sterline, cena servita a ridosso del palco. Ma dietro l’apparente cornice di una serata di beneficenza locale si nasconde uno dei cast più improbabili mai riuniti su un unico palco: Queen, Genesis, Eric Clapton e, per un breve momento, i Pink Floyd.
La serata si apre con il lancio promozionale di paracadutisti in abito da sera e il set della formazione blues-rock Bigtown Playboys, mentre gli ospiti si sistemano tra i picnic. Le esibizioni vere e proprie occupano la fascia tra le 21:15 e le 23:00, chiuse da uno spettacolo pirotecnico. Sul palco si alternano i nuclei creativi delle varie band, sorretti da un’unica sezione ritmica condivisa: un espediente che abbatte i tempi di cambio palco e permette a ciascun gruppo di esibirsi anche privo di alcuni membri storici. I Queen si presentano senza Brian May, impegnato negli Stati Uniti con il tour del suo Back to the Light: a guidarli è Roger Taylor, voce e batteria, insieme a John Deacon al basso (una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima del ritiro definitivo del 1997). I Genesis, dal canto loro, registrano quella sera l’ultimo concerto di Phil Collins con la band prima della reunion del 2007: Tony Banks e Mike Rutherford lo affiancano mentre Collins attraversa un momento personale complicato, a cavallo tra la crisi coniugale e la scrittura del suo album più intimo, Both Sides.
Per i Pink Floyd, quella di Cowdray è l’unica apparizione dal vivo dell’intero 1993. Il gruppo non sale su un palco dai tempi di Knebworth, giugno 1990, ed è in quei mesi rintanato tra lo studio galleggiante Astoria e i Britannia Row Studios di Londra, a lavorare a quello che diventa The Division Bell, in uscita l’anno successivo. Cowdray Ruins arriva quindi come una parentesi quasi casuale, nata dall’intersezione tra il nucleo storico della band e i musicisti che si trovano nel backstage quella sera (ma che finisce per funzionare da banco di prova informale in vista della macchina organizzativa che muoverà il tour mondiale del 1994).
Sul palco ci sono David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright, gli unici tre rimasti dopo l’uscita di Roger Waters nel 1985. Il turnista abituale Guy Pratt non è disponibile, e il ruolo di bassista finisce nelle mani di Mike Rutherford, che quella sera presta il basso ai Pink Floyd dopo aver già suonato con i Genesis. Accanto a lui, Tim Renwick alla chitarra ritmica (già al fianco della band nel tour di A Momentary Lapse of Reason) e Gary Wallis alle percussioni aggiuntive, entrambi reduci dall’esperienza con i Mike + The Mechanics. È proprio quel progetto, guidato da Rutherford, a fornire l’ossatura musicale flessibile che permette a formazioni complesse come Pink Floyd, Genesis e Queen di esibirsi con una preparazione ridotta all’osso: Renwick, Wallis, il tastierista Adrian Lee e il cantante Paul Young arrivano tutti da lì. È Young, in particolare, ad assumersi il compito più delicato della serata: affiancare Gilmour prendendo su di sé le parti vocali che sono di Roger Waters nei brani di The Wall. A completare il quadro, le coriste Aitch Andrew, Margo Buchanan e Chyna Gordon.
Il set dura appena venti minuti, tre brani. Si apre con Run Like Hell, il celebre arpeggio di Gilmour lavorato al delay sorretto dalla linea di basso di Rutherford; l’assenza di Waters viene gestita dividendo i piani vocali, con Gilmour a mantenere le melodie storiche e Young a caricare i versi più sferzanti, mentre la doppia batteria di Mason e Wallis spinge il pezzo con una potenza insolita per l’originale. Segue Wish You Were Here, con Gilmour da solo alla chitarra acustica a intonare la linea principale e Wright a intessere le trame di organo Hammond e sintetizzatori dietro di lui (un momento che il pubblico presente accoglie con una partecipazione emotiva fuori scala rispetto al contesto mondano della serata). Chiude Comfortably Numb, con Young alle strofe narrative nei panni del dottore e Gilmour riservato al ritornello e, soprattutto, all’assolo finale, costruito sopra il tappeto di tastiere di Wright e la base ritmica di Rutherford, Mason e Wallis. Più tardi, a set di Eric Clapton concluso, Gilmour torna sul palco per il gran finale corale della Cowdray Ruins Band, condividendo il ruolo di chitarra solista proprio con Clapton su tre standard soul e R&B: Gimme Some Lovin’, Ain’t That Peculiar e Can I Get A Witness, accanto a Phil Collins e Paul Young alla voce.
Di quella sera non esiste alcuna pubblicazione ufficiale, audio o video, né riprese televisive integrali: tutto quello che resta sono le registrazioni amatoriali del pubblico, confluite nel tempo in bootleg. Un concerto che rimane custodito solo nella memoria di chi c’era e negli archivi sotterranei del collezionismo, ma che per i Pink Floyd resta un punto di passaggio preciso: l’ultima prova generale, in abiti da sera, prima di rimettersi davanti al mondo con The Division Bell.