“More”: un film di amore, umanità e inevitabile sofferenza

«HO FINITO gli studi a maggio. Volevo tagliare ogni ponte con il passato, dimenticare tutte le formule e, se mi fossi scottato, sarebbe andato bene lo stesso. Volevo sentire il calore. Volevo il sole e sono andato a cercarlo.»

Così inizia il percorso di formazione e scoperta di Stefan, un giovane laureato tedesco protagonista di More, il bellissimo e romantico film sulla lenta autodistruzione uscito ieri al Plaza Theater.
Girato in lingua inglese, il film segna l’esordio alla regia del ventottenne Barbet Schroeder, già critico dei Cahiers du Cinéma e produttore (Six in Paris, La Collectionneuse).
Stefan (Klaus Grunberg) parte in autostop da Lubecca verso sud fino a Parigi, dove, durante una festa bohémien, intravede per la prima volta il suo sole: Estelle (Mimsy Farmer), una giovane americana espatriata il cui stile di vita sembra modellato consapevolmente sulla Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro.
Stefan, che parla con il gergo della controcultura ma narra con un tono tipicamente ottocentesco, dice: «È stato amore a prima vista: sono fatto così». Estelle fuma marijuana e raramente indossa il reggiseno, ma anche lei appartiene, in fondo, a un’epoca più ingenua. Quando Stefan raggiunge la sua squallida stanza sulla Rive Gauche per fare l’amore, lei gli chiude delicatamente gli occhi mentre si sdraia accanto a lui. Più tardi, riposando insieme, Stefan nota sopra il letto un diagramma del cervello umano. La didascalia recita: «Il cervello è in gran parte inesplorato, come la mappa dell’Africa».
Stefan segue Estelle verso il sole del Mediterraneo, fino a Ibiza, dove la ragazza intrattiene, oltre alla relazione con lui, rapporti sorprendentemente distaccati con un’altra donna e con un affascinante tedesco di mezza età. Quest’ultimo è coinvolto in qualcosa di vagamente definito come «una faccenda nazista» ed è anche il principale spacciatore di droga dell’isola. Si scopre così che Estelle è una sorta di “untore” nel mondo dell’eroina. Il sole che prima riscalda e poi distrugge Stefan è proprio l’eroina.
More è tutt’altro che un film perfetto. La struttura narrativa è talvolta arbitraria, come all’inizio, quando un amico avverte Stefan di stare lontano da Estelle dicendogli semplicemente: «Non posso spiegarti il perché, ma stalle lontano». In realtà potrebbe spiegarglielo, ma così non ci sarebbe più una storia da raccontare. I dialoghi sono per lo più intrisi di quell’inglese europeo pseudo-hip che, mi dicono, si poteva sentire a Saint-Germain-des-Prés, ma che continua a sembrarmi artificioso, così come alcune evidenti scene doppiate in post-produzione.
Inoltre, di norma non trovo particolarmente interessante il tema della tossicodipendenza come materiale drammatico. È un argomento troppo specifico per assumere un valore metaforico che vada oltre i pericoli della droga stessa. In More, però, la droga è semplicemente uno strumento del destino. Molto più importante — e affascinante — è il modo in cui Schroeder e il suo straordinario direttore della fotografia, Nestor Almendros, riescono a rappresentare le continue estasi e agonie di un amore destinato a finire tragicamente, immerso in un clima caldo e luminoso.
More è un film fatto di luce cristallina, ampi panorami marini, amori consumati e droghe assunte all’aria aperta. Dopo essersi iniettati eroina, Stefan ed Estelle si sdraiano su una terrazza osservando il mercurio liquido muoversi sul fondo di un piatto. Quando tentano di disintossicarsi attraverso l’LSD, affrontano il loro viaggio psichedelico su una scogliera affacciata sul mare. La macchina da presa non ricorre mai ai consueti effetti soggettivi ormai d’obbligo nelle sequenze dedicate all’LSD, come accade ad esempio in Easy Rider. Al contrario, osserva tutto con uno sguardo limpido e oggettivo.
È proprio questa distanza tra la bellezza del paesaggio e la tragedia degli eventi a conferire al film un senso di orrore amplificato, mascherando quella che in fondo è una favola sentimentale. Sia Mimsy Farmer, reduce da alcuni modesti film hollywoodiani, sia Klaus Grunberg offrono interpretazioni convincenti. Farmer, in particolare, è molto efficace nel dare vita a un personaggio plasmato tanto dal cinema quanto dalla vita.
More, tuttavia, appartiene soprattutto a Schroeder. È una rappresentazione sorprendentemente efficace di una sorta di etica puritana secondo la quale ogni piacere deve inevitabilmente essere pagato con il dolore e la tragedia. Un romanzo romantico dell’Ottocento raccontato al ritmo del rock riprodotto da un registratore portatile a cassette.

Il cast

MORE – Sceneggiatura e dialoghi di Paul Gégauff e Barbet Schroeder, da un soggetto originale di Barbet Schroeder. Prodotto e diretto da Barbet Schroeder. Distribuito da Cinema V Distributing, Inc. Presentato al Plaza Theater (58ª Strada, a est di Madison Avenue). Durata: 110 minuti. (Al momento della recensione non ancora sottoposto alla Motion Picture Association of America per la classificazione del pubblico.)

  • Estelle – Mimsy Farmer
  • Stefan – Klaus Grunberg
  • Wolf – Heinz Engelmann
  • Charlie – Michel Chanderli
  • Cathy – Louise Wink
  • Henry – Henry Wolf

The New York Time, Vincent Canby, 5 agosto 1969