Intervista a Roger Waters tra lotta e umanità
Martedì 4 novembre in collegamento streaming Roger Waters è stato intervistato da “I Nuovi Mostri” un format italiano di interviste live che si svolge tutti i martedì alle 20.00 in Via delle Acacie 14 (Roma), presso Friccicore, condotto da Federico Greco, Gabriele Germani e Silvia Pegah Scaglione e trasmesso sui canali social de L’Antidiplomatico e il canale Youtube di Stefano Orsi in differita. Questo format è totalmente indipendente, infatti si tratta di una produzione dal basso e a questo link potete trovare tutte le informazioni per aiutare il format ad andare avanti.
Nell’intervista non viene introdotto con l’etichetta che lo ha reso un’icona globale, quella di co-fondatore dei Pink Floyd, ma con parole che ne definiscono l’essenza attuale: “un compagno, un fratello, un amico, un militante”. È così che si presenta Roger Waters, ed è subito chiaro che la serata non sarà un viaggio nella nostalgia del rock, ma un’immersione profonda nel suo pensiero politico, un racconto appassionato di lotta, responsabilità e umanità.
L’impegno attuale di Roger Waters non è un passatempo da rockstar, ma un’ossessione politica che affonda le radici nel suo umanesimo radicale. Il cuore di questa lotta è la Palestina, una causa che per Waters non è un conflitto locale, ma uno specchio delle ingiustizie globali. Recentemente, il musicista ha incontrato Gustavo Petro, presidente della Colombia, da lui descritto come “uno di noi, un lottatore”. Insieme, stanno promuovendo una risoluzione da presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un obiettivo tanto semplice quanto rivoluzionario: creare una forza di pace internazionale per proteggere i palestinesi e cacciare gli occupanti israeliani dalle loro terre, costringendo i leader mondiali a prendere posizione. Ma la sua proposta non si ferma alla geopolitica contingente; affonda le radici in una visione storica, quasi utopica. Per Waters, la vera pace non si costruisce con nuovi confini, ma tornando indietro nel tempo: “quello che dovremmo fare è mandare e mettere indietro gli orologi di un secolo, tornare al 1925 quando in Palestina tutti, ebrei, musulmani, cristiani ed altri, vivevano in pace”.
Di fronte a un sistema internazionale che ritiene paralizzato, Waters indica nell’azione diretta l’unica strada percorribile, invitando il pubblico a una mobilitazione attiva e senza compromessi. A tal proposito, fa un esempio specifico e imminente: la partita tra la squadra israeliana Maccabi e l’Aston Villa a Birmingham, esortando il pubblico a scendere in piazza e a “impedire che quella partita venga giocata”. Waters sottolinea quella che definisce l’ipocrisia della UEFA, che ha escluso la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 ma non ha preso alcuna misura contro Israele, per una ragione, secondo lui, chiara: il sostegno incrollabile dei paesi occidentali. Queste tattiche, ricorda Waters, non sono nuove. Sono le stesse che hanno contribuito a porre fine al regime dell’apartheid in Sudafrica e che oggi possono, a suo avviso, “porre fine all’esperimento sionista che come sappiamo bene ormai si è rivelato un fallimento colossale“. La lotta per la Palestina diventa così il punto di partenza per una mobilitazione molto più ampia, che chiama in causa il potere reale di chi produce la ricchezza del mondo.
Un Appello alla Mobilitazione Globale
Quando gli viene chiesto perché sia così difficile oggi far capire ai lavoratori di essere i veri detentori del potere, la sua risposta è tagliente e rivelatrice. “È una bellissima domanda”, risponde, “che dovremmo porre ai bambini di 5 anni, e anche loro dovrebbero conoscere la risposta”. Per Waters, la consapevolezza del proprio potere è una verità elementare, offuscata da un sistema che vuole i lavoratori divisi e impotenti. Per lui, la lotta palestinese e lo sciopero generale non sono cause separate, ma due fronti della stessa guerra contro un nemico unico: un’élite globale che mercifica la vita e distrugge il pianeta. La sua visione di mobilitazione è totale e senza confini; non bastano le azioni isolate, per quanto coraggiose. La sua proposta è un pugno sul tavolo della storia: “Quello che serve è uno sciopero generale di tutti i lavoratori nel mondo, nel sud e nel nord del mondo, una mobilizzazione generale contro la dittatura neoliberista in cui viviamo che sta distruggendo il pianeta.” Waters loda il lavoro di sindacati come l’USB in Italia, con cui ha avuto un dialogo diretto, considerandole azioni “estremamente importanti”, ma ribadisce che “non basta”. Senza una mobilitazione globale che unisca le lotte, ogni sforzo rischia di essere insufficiente.
Questa mobilitazione, tuttavia, si scontra con avversari potenti e ben definiti: le élite corrotte, la loro propaganda e gli artisti che, secondo Waters, si rendono complici del sistema. Waters non usa mezzi termini per descrivere coloro che identifica come gli ostacoli alla giustizia e alla pace. La sua critica ai leader occidentali è feroce, definendoli “maiali fascisti” e “piccoli duce“, accusandoli di non avere alcun interesse reale per i diritti umani o per il diritto internazionale. Questa corruzione del potere politico trova un’eco speculare e vergognosa nel mondo della cultura, dove l’arte viene usata come scudo per l’inazione. Di fronte a bambini massacrati da un “esercito di pazzi fanatici religiosi”, l’idea che la cultura possa essere separata dalla politica è, per lui, “una cazzata colossale”.
L’Attacco agli Artisti e la Minaccia di “Giacarta”
La sua rabbia non si ferma ai politici; trabocca con violenza ancora maggiore verso i colleghi artisti che considera disertori della causa umana. L’indignazione si personalizza in un attacco diretto a colleghi come Thom Yorke dei Radiohead e Mick Jagger. Li accusa di nascondersi dietro al “diritto di fare i loro concerti dove vogliono”, ignorando la sofferenza. Poi, l’affondo, crudo e senza filtri: “A chi sostiene questa cosa dico vaffanculo, e sì sto parlando proprio di te Tom York, piccolo stronzetto che non sei altro“. La sua domanda è una provocazione lanciata come una pietra: “Come si sentirebbero se fossero i loro figli a essere massacrati?”.
Questi nemici visibili, però, sono solo i burattini di una minaccia più profonda e sistemica, una minaccia che Waters identifica con un nome in codice storico: “Giacarta“. Più della guerra nucleare, che pure teme da quando era un adolescente, la minaccia più urgente e insidiosa oggi è “Giacarta”. Il termine è un riferimento storico preciso: il massacro di oltre un milione di comunisti e simpatizzanti in Indonesia nel 1965 e il colpo di stato contro Allende in Cile nel 1973. Per Waters, “Giacarta” oggi significa l’ascesa del fascismo globale, un sistema di finanziarizzazione e controllo che schiaccia ogni forma di dissenso. Per rendere tangibile questa minaccia, condivide la sua storia personale. Si definisce un uomo in “esilio”, impossibilitato a tornare nel Regno Unito. Il motivo? Rischia fino a 14 anni di prigione solo per aver espresso pubblicamente il suo sostegno a “Palestine Action”, un’organizzazione di disobbedienza civile bollata come terroristica dal governo britannico. “Mi piacerebbe tornare a casa per Natale,” dice, “ma non vorrei passare il Natale in una cella”. Waters chiarisce che mentre la bomba atomica è un pericolo reale e storico (“probabilmente ‘moriremo tutti in una guerra nucleare'”), “Giacarta” – l’ascesa del fascismo globale – è la questione più importante e urgente contro cui mobilitarsi ora.
La Scomoda Verità Sull’Ucraina
Questa lente di un’oppressione sistemica guidata dall’Occidente è la stessa che Waters applica, senza sconti e contro ogni narrazione dominante, al conflitto che insanguina l’Europa: la guerra in Ucraina. Con la stessa franchezza, Waters espone la sua controversa posizione. La sua tesi centrale è che l’invasione russa, pur essendo stata da lui criticata, è stata “assolutamente provocata” dall’Occidente. Riassume la sua argomentazione su tre punti chiave: il “colpo di stato illegale” del 2014 in Ucraina sostenuto dall’Occidente; il conseguente massacro della popolazione russofona nel Donbas iniziato nel 2014 e durato otto anni; e il fallimento deliberato degli accordi di Minsk, perché l’Occidente, a suo dire, “non ha mai voluto la pace”, ma una “guerra per procura” contro la Russia. Il suo consiglio al pubblico italiano è semplice: “imparare a leggere“. Li esorta a studiare la storia dell’Ucraina dalla Seconda Guerra Mondiale in poi e la storia dell’espansione della NATO per comprendere le ragioni della Russia. La sua conclusione è la più dura e intransigente: la responsabilità per le migliaia di giovani russi e ucraini morti in questo conflitto è “unicamente per colpa dell’Occidente, non per colpa della Russia“.
Il messaggio finale di Roger Waters è una chiamata all’azione fondata non su un’ideologia, ma su un principio etico fondamentale. Rifiuta il bipolarismo politico, in particolare quello americano tra Democratici e Repubblicani, definendolo una “truffa”, e dichiara di non cercare candidati capitalisti o comunisti, ma qualcosa di più essenziale: candidati “umanisti“. Per lui, l’unica piattaforma politica degna di essere votata sarebbe quella basata interamente sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Tutto discende da lì, dal principio sacro del diritto alla vita e alla libertà per ogni essere umano. L’incontro si chiude non con la prosopopea della rock star, ma con l’umiltà del militante. Ringraziando gli organizzatori, conclude: “Io cerco di fare una buona azione al giorno per la causa, e questa è stata la mia buona azione del giorno per la causa dell’umanesimo“. Lascia così il palco, e il pubblico, con l’immagine di un uomo che ha barattato da tempo la celebrità per la lotta, vedendosi come un semplice soldato al servizio di un’idea più grande.

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