Voce e catalizzatore della controcultura britannica
Nel panorama effervescente della Londra di metà anni ’60, poche entità hanno incarnato lo spirito di ribellione e innovazione come International Times (IT). Più che una semplice rivista, IT fu la forza trainante, la voce principale e il simbolo centrale della nascente controcultura britannica. Non si limitò a documentare un’epoca, ma la plasmò attivamente, agendo come una piattaforma polifunzionale per un movimento che cercava la propria identità. International Times funzionò da vetrina per l’arte e per il pensiero radicale, da arena per il dibattito politico e da instancabile promotore culturale, riuscendo a forgiare una coscienza collettiva e a trasformare la scena underground londinese in un movimento sociale di portata storica.
Genesi di una rivoluzione editoriale
La nascita di International Times si inserisce nel cuore del fermento culturale che animava la Londra degli anni ’60. In un’epoca di profonda trasformazione sociale e artistica, il movimento underground necessitava di un organo di stampa che potesse unificarne le diverse anime, dargli una voce coerente e amplificarne il messaggio. La fondazione della rivista rispose a questa esigenza strategica, creando un punto di riferimento essenziale per una generazione in cerca di alternative.
International Times fu fondata a Londra nel 1966, evolvendo dal foglio del Free School noto come The Gate. L’iniziativa fu guidata da due figure centrali della scena underground: il fotografo e attivista John “Hoppy” Hopkins e lo scrittore Barry Miles. A questo nucleo fondatore si unirono presto altre personalità di spicco che contribuirono a definire l’identità editoriale della rivista, tra cui David Mairowitz, Roger Hutchinson e Peter Stansill.
La festa alla Roundhouse
L’evento di lancio di IT, tenutosi il 15 ottobre 1966, fu una dichiarazione d’intenti e un momento emblematico per l’intera controcultura. La scelta della Roundhouse non fu casuale, ma rappresentò un’appropriazione simbolica di uno spazio industriale post-bellico – una ex officina per locomotive a vapore e distilleria di gin – riconvertito in un tempio della nuova avanguardia. L’evento attirò un pubblico di circa duemila persone, descritto come un crogiolo di “gente alla moda, beatnik, bambole e cavernicoli in lamé dorato”. Tra la folla spiccavano ospiti illustri che partecipavano al gioco del travestimento: Paul McCartney e Jane Asher erano vestiti da arabi, mentre Marianne Faithfull indossava un abito da suora lungo fino al sedere.
L’atmosfera era carica di provocazione: all’ingresso venivano offerte zollette di zucchero, alimentando la voce che potessero contenere LSD (un’insinuazione audace, sebbene in realtà non lo contenessero). La serata fu segnata da un caos creativo, come testimonia un incidente in cui Syd Barrett e il roadie Pip Carter distrussero un’installazione artistica di gelatina alta due metri e mezzo. La colonna sonora fu affidata ai Soft Machine, che aprirono il concerto, e ai Pink Floyd Sound come headliner. Con indosso “camicie di raso e sciarpe di seta”, la band offrì una performance che catturò lo spirito della rivista. Come scrisse Barry Miles: “La loro musica era quasi interamente una jam psichedelica ad altissimo volume, che di tanto in tanto sembrava accennare un tema introduttivo…”. L’energia di quell’evento proiettò IT al centro della scena underground.

Melody Maker (concerti del 14 e 15 ottobre 1966)
Venerdì scorso (14.10.1966 ndr) i Pink Floyd, un nuovo gruppo londinese, hanno dato il via al loro primo “happening”: un ballo pop che incorporava effetti psichedelici e media misti – una vera novità!
Le diapositive erano eccellenti: colorate, inquietanti, grottesche, bellissime, e i suoni del gruppo – un viaggio nello spazio – lasciavano presagire cose molto interessanti per il futuro.
Sfortunatamente, tutto risultò un po’ fiacco nella fredda realtà dell’All Saints Hall, a Powis Gardens, Notting Hill. Tuttavia, sabato sera (15.10.1966 ndr) al Roundhouse di Chalk Farm le cose andarono meglio, quando migliaia di persone si presentarono per assistere allo spettacolo.
I Floyd devono scrivere più materiale proprio: le versioni “psichedeliche” di Louie Louie non funzionano, ma se riusciranno a unire la loro abilità elettronica con canzoni melodiche e testuali, allontanandosi dal vecchio R&B, potrebbero davvero ottenere un grande successo nel prossimo futuro.

Aubrey “Po” Powell
Stavo progettando le scenografie per Z-Cars e Dr. Finlay’s Casebook, ma ero terribilmente poco qualificato, così un giorno mi dissero: “Sei assolutamente inutile. L’unica cosa che sai fare è dipingere.” Il fine settimana dopo essere stato licenziato, Peter Wynne-Willson mi disse: “Hai un furgoncino, Po? Vuoi un lavoro?”.
I Pink Floyd avevano solo un furgone Commer per trasportare la loro attrezzatura e avevano bisogno di qualcosa in cui mettere le luci. Il primo concerto a cui lavorai fu al Roundhouse.
Suonarono su uno di quei vecchi carri a pianale trainati da cavalli, rimasti dai tempi della distilleria – sembrava qualcosa uscito da Steptoe and Son – e ricordo di aver appeso un grande lenzuolo dietro al carro, sul quale proiettavano le loro luci. Solo Dio sa come apparirebbe oggi tutto questo. Immagino terribilmente amatoriale.
Barry Miles
La gente arrivò con copricapi e il viso dipinto. Paul McCartney si presentò vestito da arabo e Marianne Faithfull indossava un abito da suora estremamente corto, che non le copriva del tutto il fondoschiena.
Gerry Fitzgerald [del collettivo artistico Exploding Galaxy] preparò un’enorme gelatina usando una vasca da bagno come stampo, ma Syd Barrett e il tecnico dei Pink Floyd, Pip, la distrussero accidentalmente togliendo un pezzo di legno fondamentale che la teneva in posizione.
Jeff Dexter
Ricordo bene quella gelatina gigantesca. Lo spettacolo musicale non mi impressionò molto, ma lo spettacolo delle persone era fantastico. Mi incuriosiva il piccolo entourage dei Floyd, con tutte quelle ragazze attorno a Syd – Lindsay, forse Jenny. In quel periodo parlavo di più con Rick. Era un tipo tranquillo, ma Juliette riusciva a farlo uscire dal suo guscio.
Anatomia di una rivista underground
International Times trascendeva rapidamente il suo ruolo di semplice pubblicazione per diventare una vera e propria infrastruttura multifunzionale al servizio del movimento. Questa evoluzione non fu casuale, ma una strategia deliberata e dettata dalla necessità: privo di supporto istituzionale, l’underground costrinse IT a farsi non solo il suo giornale, ma anche il suo promotore di eventi, il suo forum politico e la sua bacheca comunitaria, agendo come collante e motore per l’intera comunità.
In breve tempo, la rivista si impose come il principale veicolo di diffusione e consolidamento della controcultura londinese. IT fungeva da punto di riferimento essenziale per artisti, musicisti, attivisti e pensatori radicali, offrendo loro una visibilità che i media tradizionali negavano. Essere pubblicati su IT significava ottenere una forma di legittimazione all’interno di una comunità in rapida crescita.
Contemporaneamente, IT si affermò come una piattaforma per la ribellione politica e sociale senza compromessi. Attraverso i suoi articoli, reportage e editoriali, il giornale promuoveva attivamente una vasta gamma di cause radicali: dal sostegno ai diritti civili e a gruppi militanti come i Black Panthers all’opposizione alla guerra del Vietnam, di cui divenne una delle voci pacifiste più influenti del Regno Unito. La testata affrontava senza timore temi come la libertà sessuale, la liberazione delle donne e il sostegno pionieristico ai diritti LGBT, spingendosi fino alla legalizzazione delle droghe psichedeliche, viste come strumenti di espansione della coscienza. IT non si limitava a criticare il sistema capitalista e autoritario, proponendo modelli di vita alternativi, ma denunciava anche apertamente la repressione poliziesca, la censura e pratiche aberranti come la sterilizzazione forzata.
Inoltre, la rivista operava come un autentico laboratorio di sperimentazione culturale. Era un centro propulsore per l’innovazione in campo artistico, musicale e letterario, dedicando un’attenzione particolare alle espressioni più spontanee e rivoluzionarie. IT documentava e promuoveva le avanguardie: i concerti all’UFO Club e le prime, audaci sperimentazioni musicali dei Pink Floyd, ad esempio, trovarono nelle sue pagine un palcoscenico naturale che ne amplificò la portata e l’influenza.
La filosofia editoriale di IT rifletteva un ethos “fortemente indipendente e anarchico”. La sua struttura e i suoi contenuti non erano il prodotto di una linea editoriale rigida, ma piuttosto di un approccio aperto e spesso improvvisato, progettato per dare voce a ogni sfaccettatura del dissenso e della creatività che animava il movimento.
Sfogliando le sue pagine, il lettore si trovava di fronte a un mosaico eclettico e provocatorio di contenuti, una miscela che spaziava dall’arte alla politica, dalla satira al servizio comunitario. IT dedicava uno spazio centrale alla musica, arte e cultura alternativa, con recensioni e interviste a gruppi che stavano definendo il sound dell’epoca, come Pink Floyd, Soft Machine, Led Zeppelin e The Doors, senza dimenticare artisti iconoclasti come Frank Zappa. A ciò si aggiungevano costanti aggiornamenti sull’avanguardia scenica, con particolare attenzione al teatro sperimentale (come il Living Theatre) e al cinema underground, e alla letteratura controculturale, ospitando testi e poesie di scrittori di riferimento quali Allen Ginsberg e Tuli Kupferberg, e dando risalto ai movimenti hippie e psichedelici.
Il giornale non si tirava indietro dal giornalismo d’inchiesta su temi scomodi. Pubblicava reportage su conflitti internazionali, come la guerra in Biafra o le tensioni in Irlanda del Nord, e conduceva campagne contro la censura, la sterilizzazione forzata e le discriminazioni, con un forte sostegno ai diritti LGBT. Questo mix era sapientemente bilanciato con la satira e la provocazione, grazie a sezioni fisse con cartoon e prose irriverenti che prendevano di mira la società borghese e il conformismo mainstream. Allo stesso tempo, la rivista manteneva un cruciale servizio alla comunità, fungendo da bacheca per l’underground e pubblicando annunci, messaggi e informazioni pratiche su festival, concerti ed eventi.
Pubblicata a cadenza quindicinale, International Times raggiunse un successo notevole, arrivando a una tiratura di circa 40.000 copie. Questo impatto, unito ai suoi contenuti sferzanti e provocatori, la rese un bersaglio costante per le autorità. La redazione subì frequenti incursioni della polizia, volte a intimidire e smantellare quella che era percepita come una voce sovversiva. La controversia più grave arrivò con una condanna per la pubblicazione di annunci di contatti per uomini gay, un atto che sfidava apertamente le leggi dell’epoca e che portò alla sua prima, forzata chiusura nel 1973. Tale persecuzione, tuttavia, non fece che rafforzarne lo status leggendario.
Impronta Indelebile
Valutare l’impatto di International Times significa considerarla non solo come un fenomeno del suo tempo, ma come una forza che ha contribuito in modo decisivo a definire il panorama culturale e politico successivo. La sua eredità va ben oltre la carta su cui era stampata.
Forse il contributo più significativo di IT fu la sua capacità di creare una coscienza collettiva. Attraverso la condivisione di un linguaggio e di un’estetica comuni, il giornale non si limitò a informare, ma svolse una funzione sociologica essenziale: quella di costruire un’identità collettiva, trasformando lettori isolati in membri consapevoli di un movimento coeso. La diffusione su larga scala di idee liberatorie nel Regno Unito riuscì a unire individui e piccoli gruppi, forgiando una forza riconoscibile e consapevole di sé.
Le incursioni della polizia e i processi giudiziari non furono solo la conseguenza delle posizioni radicali di IT, ma divennero gli eventi che ne solidificarono lo status di simbolo di resistenza. La persecuzione da parte dello Stato si trasformò in una prova della sua efficacia e in un punto di aggregazione per l’intero movimento. Di fronte a una società conservatrice, IT si affermò come un baluardo contro la censura, dove ogni numero pubblicato rappresentava una vittoria contro chi voleva silenziare le voci del dissenso.
La forza dell’idea alla base di International Times è testimoniata dalla sua resilienza e dalla sua lunga vita. Nonostante la chiusura forzata nel 1973, la rivista è stata rilanciata più volte nel corso dei decenni, adattandosi ai nuovi tempi e alle nuove tecnologie, fino ad approdare a una versione online a partire dal 2008. Questo dimostra il suo status iconico e l’influenza persistente che continua a esercitare.
In sintesi, International Times fu molto più di un giornale. Fu il cuore pulsante, l’agenda e l’architetto della controcultura britannica. Dando voce, forma e coesione a un fermento di idee underground, riuscì a trasformare una scena frammentata in un movimento sociale e culturale di vasta portata. La sua capacità di fondere arte, politica e attivismo ha lasciato un’impronta profonda e duratura, influenzando generazioni di artisti, pensatori e ribelli e dimostrando il potere trasformativo della stampa indipendente.
