Morto Tim Curry, il Pubblico Ministero di Live in Berlin

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morto Tim Curry

È morto Tim Curry, all’età di 80 anni, nella sua abitazione di Toluca Lake, a Los Angeles. Nato il 19 aprile 1946 a Grappenhall, nel Cheshire, figlio di un cappellano della Royal Navy e di un’infermiera, Curry si era formato all’Università di Birmingham laureandosi in Drama and English Literature, prima di debuttare nel 1968 nella produzione originale del West End del musical Hair. Fu proprio in quell’occasione che conobbe l’autore e compositore Richard O’Brien, incontro da cui nacque il ruolo che lo avrebbe reso celebre in tutto il mondo: il Dr. Frank-N-Furter, lo scienziato alieno transessuale protagonista del musical The Rocky Horror Show (1973) e del successivo film The Rocky Horror Picture Show (1975), diventato un’icona della cultura pop e una pietra miliare nella rappresentazione dell’ambiguità di genere sullo schermo. Il successo planetario di quel ruolo non lo allontanò dal teatro di prosa: nel 1980 interpretò Wolfgang Amadeus Mozart nella produzione originale di Broadway di Amadeus, ottenendo la prima di una lunga serie di candidature ai Tony Award, proseguite negli anni con The Pirates of Penzance, My Favorite Year e, nel 2005, con il ruolo di Re Artù nel musical dei Monty Python Spamalot.

Sul grande schermo Curry costruì una galleria di antagonisti diventati proverbiali: il truffatore Rooster Hannigan in Annie (1982) di John Huston, l’incarnazione demoniaca di Darkness in Legend (1985) di Ridley Scott, il maggiordomo Wadsworth nella commedia gialla Clue (1985), il perfido concierge in Home Alone 2: Lost in New York (1992), il cardinale Richelieu in The Three Musketeers (1993) e il pirata Long John Silver in Muppet Treasure Island (1996). Sul piccolo schermo restò invece nella memoria collettiva grazie al demoniaco Pennywise nella miniserie It (1990), tratta dal romanzo di Stephen King. Dagli anni Novanta Curry si dedicò anche con continuità al doppiaggio, prestando la voce a Capitan Uncino in Peter Pan & the Pirates (Daytime Emmy nel 1991), allo spirito ecologico Hexxus in FernGully: The Last Rainforest, all’esploratore Sir Nigel Thornberry ne The Wild Thornberries e al Cancelliere Palpatine/Darth Sidious nell’universo animato di Star Wars: The Clone Wars.

Per il mondo dei Pink Floyd, però, il nome di Curry resta legato soprattutto a un’unica serata: il 21 luglio 1990, a Potsdamer Platz, quando Roger Waters mise in scena l’esecuzione integrale di The Wall a pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino. Davanti a un pubblico di oltre trecentomila persone e a una diretta televisiva seguita in più di cinquanta paesi, Curry vestì i panni del Pubblico Ministero nella sequenza teatrale di “The Trial”, affiancando un cast che comprendeva Albert Finney nel ruolo del Giudice, Thomas Dolby in quello dell’Insegnante, Ute Lemper nella parte della Moglie e Marianne Faithfull in quella della Madre. Non fu una scelta casuale: il produttore Bob Ezrin, che aveva co-scritto proprio “The Trial” insieme a Waters per il disco del 1979, aveva lavorato pochi anni prima con Curry al suo album d’esordio da solista, Read My Lips (1978), restando colpito dalla sua estensione vocale e dalla sua teatralità. Fu quella conoscenza diretta a suggerire il suo nome quando Waters, ormai lontano dai Pink Floyd dal 1985, dovette trovare interpreti capaci di reggere dal vivo il peso operistico del processo immaginario a Pink. Con un abbigliamento di foggia forense vittoriana e una dizione britannica tagliente, Curry aprì il dibattimento con l’accusa rivolta al protagonista, portando in scena, davanti all’imponente muro di centosessanta metri costruito per l’occasione, la stessa carica grottesca e ampollosa che aveva reso indimenticabili le sue interpretazioni cinematografiche.

La critica musicale ha sempre indicato la sequenza del processo come uno dei momenti più riusciti dell’intero concerto berlinese, proprio per la coerenza con cui il gruppo di attori coinvolti — Curry compreso — restituì la sostanza drammaturgica del testo originale di Waters ed Ezrin, in un contesto scenico che altrove soffrì di scelte più discutibili. Dopo l’ictus che nel 2012 lo colpì e ne compromise la mobilità, Curry aveva continuato a lavorare come doppiatore e aveva pubblicato nel 2025 l’autobiografia Vagabond. Se ne va così un attore capace di attraversare cinquant’anni di cinema, teatro e doppiaggio, e di prestare, anche solo per una sera, la propria voce all’universo dei Pink Floyd.

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