Pink Floyd Football Club: storia della squadra di calcio floydiana
La campagna di prodotti Inter in co-branding con il brand Pink Floyd necessita un piccolo approfondimento, perché al di là dell’operazione di marketing architettata da Sony, il Pink Floyd Football Club, o meglio conosciuto come Pink Floyd First XI è esistito davvero ed è una storia che merita di essere raccontata.
Siamo nei primi anni Settanta e i Pink Floyd tra gli impegni in studio e sul palco si ritagliano dei momenti di puro svago “fondando” una vera squadra di calcio. È in questo contesto che le domeniche mattina diventano un appuntamento fisso: la squadra si riunisce in vari parchi di Londra per disputare partite amichevoli, sentite quanto basta da trasformare un pomeriggio di svago in qualcosa di vagamente agonistico. Il Pink Floyd First XI gioca contro chiunque accetti la sfida: il personale delle case discografiche, i musicisti dei Family, i ballerini della compagnia di Roland Petit. E, in un’occasione rimasta nella memoria di chi c’era, contro un gruppo di marxisti della parte settentrionale di Londra.
Quella partita finì 4-0 per i marxisti. E David Gilmour fu portato d’urgenza all’ospedale per farsi mettere i punti alla lingua insanguinata dopo uno scontro particolarmente violento.


I ruoli in campo rispecchiavano in qualche modo i ruoli nella band. Roger Waters, stando alle foto, faceva un po’ di tutto, ma soprattutto il portiere. Gilmour si arrangiava in difesa «Chopper Gilmour», come lui stesso si autodefinì con una certa ironia, in riferimento al difensore inglese Ron Harris noto per i tackle duri. Nick Mason e Richard Wright occupavano posizioni che nessuno ricorda con precisione, probabilmente perché nessuno dei due si distingueva per fervore agonistico. La differenza di livello tra le due coppie era chiara anche al diretto interessato: «David era un buon giocatore, così come Roger, che in campo si dimostrava estremamente battagliero», ricorda Nick Mason. «Io e Rick eravamo, come dire, meno ferventi. Gli unici che siamo riusciti a mettere alle strette sono stati i ballerini di Roland Petit, perché dovevano preservare gelosamente le gambe.»
La gerarchia calcistica invertiva quella musicale almeno in un punto: Waters era più forte di Gilmour. Ad ammetterlo fu proprio il chitarrista: «Roger era un giocatore migliore di me. Aveva più tecnica. A scuola non avevo giocato perché praticavamo il rugby, ma ero un difensore di tutto rispetto, “Chopper” Gilmour.»
La passione per il calcio si portava fin dentro lo studio. Nel 1975 Roy Harper, che in quel periodo registrava il suo album HQ ad Abbey Road e si ritrovò a cantare Have a Cigar quasi per caso, ricorda le sessioni di Wish You Were Here come un continuo andirivieni dove la musica era spesso l’argomento meno discusso. «Si prendevano delle pause e tutto ciò di cui si parlava era di calcio — Arsenal, generalmente», disse Harper.

La prima testimonianza fotografica del Pink Floyd First XI appare sulla copertina di A Nice Pair, la ristampa in doppio album di The Piper at the Gates of Dawn e A Saucerful of Secrets pubblicata nel 1973/1974. L’immagine centrale mostra la squadra al completo, e quella foto fa riferimento a un incontro preciso: la partita persa 4-0 contro i marxisti del Nord di Londra, quella in cui Gilmour finì in ospedale. In piedi, da sinistra: Chris Adamson, road manager nei primi anni Settanta; Arthur Max, tecnico delle luci dalla prima ora fino al 1974; Roger Waters; Bob Richardson detto “Liverpool Bobby”, collaboratore di Peter Watts dalla fine degli anni Sessanta fino al ’73; Peter Watts, tecnico del suono e road manager fino all’inizio del tour invernale del ’74; e Steve O’Rourke, il manager. Seduti: Nick Mason, Tony Howard fu il loro agente musicale da metà anni Sessanta fino ai concerti del 1994, dove ricoprì il ruolo di tour manager; Richard Wright, Storm Thorgerson grafico e co-fondatore della Hipgnosis, David Gilmour.

Nel 1979, la EMI pubblicò un cofanetto intitolato Pink Floyd The First XI: undici LP in confezione feltrata, una replica dei primi undici album della band escluso The Wall, in tiratura limitata di mille copie. Il titolo era un omaggio dichiarato alla squadra, o almeno così la lettura più ovvia suggeriva: l’undici titolare del Pink Floyd Football Club che diventava metafora per undici dischi.

Cinquant’anni dopo Wish You Were Here, quelle domeniche mattine sono diventate una campagna pubblicitaria con uno dei club calcistici più titolati d’Italia. Il cerchio si chiude in modo bizzarro, forse, ma coerente con la storia di una band che ha sempre avuto un rapporto complicato con il commercio e con la propria immagine. Già nel 1974, la sponsorizzazione Gini, una bibita francese che li aveva ingaggiati per un servizio fotografico nel deserto vicino a Marrakesh, aveva scatenato polemiche feroci nel pubblico del progressive rock, che vedeva nella band un simbolo della controcultura anti-consumista. Waters scrisse persino una canzone su quell’episodio, Bitter Love, mai pubblicata, mentre la band cercava di giustificarsi dicendo che i soldi erano stati girati in beneficenza. Nick Mason, anni dopo, fu più franco: «Non abbiamo dato i soldi in beneficenza. Credo che parte di essi sia andata nella produzione, eravamo piuttosto avidi a quell’epoca.»
La collaborazione con l’Inter non ha nulla di quel peso ideologico. Il mondo è cambiato, il brand è in mano alla Sony, e il calcio domenicale nei parchi di Londra appartiene a un’altra storia.

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