Looking At Map – L’Atomium di Bruxelles
Quando l’Atomium viene inaugurato per l’Expo 58, Bruxelles si propone al mondo come capitale di una nuova fiducia europea. L’edificio, progettato come una cellula di ferro ingrandita fino a diventare architettura, non è soltanto un esercizio di ingegneria: è una dichiarazione ideologica. Racconta la convinzione, tipica del secondo dopoguerra, che scienza e tecnologia possano garantire progresso, stabilità, benessere.
Negli anni Sessanta, quel colosso d’acciaio è ancora carico di significati. Non è una reliquia turistica, ma un simbolo vivo, riconoscibile in tutta Europa. Rappresenta una modernità ordinata, razionale, quasi rassicurante. In un continente che cerca di lasciarsi alle spalle le macerie della guerra, l’Atomium incarna l’idea di un futuro costruito con metodo e precisione.
Proprio per questo, nel 1968, quel monumento esercita un fascino particolare anche su una band come i Pink Floyd, che in quel periodo stanno cercando una nuova direzione. La sua presenza scenica non è neutra: comunica stabilità, struttura, visione. Tutto ciò che, in quel momento, il gruppo sta tentando di conquistare.
Quando i Pink Floyd arrivano in Belgio nel febbraio del 1968, la loro situazione interna è fragile. La crisi legata a Syd Barrett ha già cambiato gli equilibri del gruppo, anche se formalmente non è ancora conclusa. La band vive una fase sospesa, fatta di incertezze, compromessi, tentativi di normalità.
Bruxelles, in questo contesto, offre uno scenario diverso rispetto a Londra. Lontani dal gossip britannico e dalla pressione mediatica, i Floyd trovano in Belgio un ambiente più accogliente. La televisione pubblica li tratta come artisti di rilievo, non come un caso problematico.
La città stessa partecipa a questo racconto. Tra parchi, ponti, studi televisivi e scorci urbani, Bruxelles diventa una sorta di palcoscenico diffuso. E al centro di questo paesaggio, sempre visibile, si staglia l’Atomium: presenza silenziosa, costante, quasi un punto di riferimento simbolico.
Il momento più noto di quella trasferta è il video di Paintbox (in playback), girato sul ponte pedonale del Parc de Laeken, con l’Atomium sullo sfondo. È una scelta apparentemente semplice, e probabilmente involotaria, ma carica di significato.
Il ponte collega due spazi diversi: da un lato il verde del parco, dall’altro l’orizzonte metallico del monumento. In mezzo, i Pink Floyd. L’immagine funziona come una metafora visiva perfetta. La band si trova letteralmente in transito, tra una fase che si sta chiudendo e una nuova identità ancora da definire. Si tratta della prima apparizione televisiva in modo ufficiale di David Gilmour.
L’Atomium, in quel contesto, non è solo una scenografia suggestiva. È il simbolo di una forma mentale: ordine, progettualità, solidità. Valori che la band sta iniziando a interiorizzare.
Per molti anni, le immagini di Bruxelles sono circolate in versioni frammentarie, spesso di scarsa qualità. Solo con la pubblicazione di The Early Years 1965–1972 è stato possibile rivederle nella loro forma più fedele dove si percepisce quanto l’ambiente abbia influito sulla narrazione della band. L’Atomium, con la sua imponenza silenziosa, contribuisce a trasformare un semplice video promozionale in un documento culturale e quel monumento rappresenta una modernità fiduciosa, costruita con pazienza e metodo.
Nel cuore tecnologico di Bruxelles, tra acciaio e cielo, la band trova un riflesso del proprio futuro. Non ancora compiuto, non ancora pienamente consapevole, ma già visibile. L’Atomium resta così non solo un simbolo dell’Europa del dopoguerra, ma anche una tappa silenziosa nella storia floydiana.
Un luogo che, ancora oggi, racconta molto più di quanto sembri.
In questa breve clip si vedono i Pink Floyd spensierati poco prima della registrazione del video.

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