“Mi irrita quando Dave canta Wish You Were Here”: Roger Waters e la guerra che non finisce mai
C’è una frase, nell’intervista che Roger Waters ha rilasciato ieri al Fatto Quotidiano, che ti colpisce come un pugno nello stomaco. Anzi no, più come una di quelle verità scomode che preferiresti non sentire durante una cena tra amici, perché sai già che rovinerà l’atmosfera. Eccola: quando sente David Gilmour cantare Wish You Were Here, Roger si irrita. Non perché Dave la canti male – sarebbe ridicolo anche solo pensarlo. Si irrita perché, sostiene Waters, Gilmour non ha mai capito di cosa parlassero davvero le sue canzoni.
Cinquant’anni. Sono passati cinquant’anni da quando quel brano è uscito, e Waters sta ancora lì a rivendicare la paternità intellettuale di quelle parole, a difendere il vero significato contro chi, secondo lui, l’ha trasformato in qualcosa d’altro. È straziante, se ci pensi. Ma è anche tremendamente coerente con tutto quello che Roger Waters è sempre stato.
Perché l’intervista al Fatto non è la solita chiacchierata nostalgica con un vecchio rockstar. Waters non è lì per vendere un vinile rimasterizzato o raccontare aneddoti divertenti sugli Abbey Road Studios. No, Roger è lì per fare quello che fa da una vita: disturbare. Provocare. Costringerti a guardare cose che preferiresti ignorare. E stavolta lo fa con una lucidità che fa quasi paura, applicando le sue vecchie liriche al disastro geopolitico del 2026 come se fossero state scritte ieri mattina.
La domanda che non invecchia mai
Torniamo a Wish You Were Here. “Did you exchange, a walk-on part in the war, for a lead role in a cage?” – hai scambiato una comparsa nella guerra per un ruolo da protagonista in una gabbia? Per Waters questa non è mai stata solo una riflessione malinconica su Syd Barrett e l’industria musicale. È una domanda politica, morale, esistenziale. Ed è la lente attraverso cui guarda al mondo di oggi.
Secondo Roger, David Gilmour ha scelto la gabbia. Ha accettato il ruolo comodo, quello del chitarrista virtuoso che suona le vecchie canzoni senza farsi troppe domande sul loro significato profondo. E insieme a lui, tutta una schiera di politici, intellettuali, artisti che hanno preferito la sicurezza del consenso alla scomodità della verità.
Waters si vede invece come la “comparsa nella guerra” – quella per la verità, quella contro il sistema. E qui, ammettiamolo, c’è qualcosa di tragicamente eroico ma anche di tremendamente solitario. Perché a 82 anni Roger Waters è ancora lì, in trincea, a combattere battaglie che la maggior parte delle persone considera perse o addirittura sbagliate.
Il bassista contro l’impero
L’intervista è un concentrato di tutto ciò che rende Waters tanto ammirato quanto divisivo. La guerra in Ucraina? Un “racket” orchestrato dai plutocrati di Washington, un massacro trasformato in bilancio d’esercizio per l’industria bellica americana. Putin? “Molto più lucido e acuto” dei suoi omologhi occidentali. Trump? La sua morte sarebbe “un buon giorno per l’umanità”. Giorgia Meloni? “Il vostro nuovo Mussolini”.
Sono dichiarazioni che ti fanno sobbalzare sulla sedia, indipendentemente dal tuo orientamento politico. Ma è il modo in cui Waters collega tutto insieme che impressiona: per lui non c’è differenza tra il conflitto ucraino, il riarmo europeo, il controllo digitale della Big Tech, la questione palestinese. È tutto parte dello stesso sistema, quello che lui chiama “neo liberal-imperialismo”, dove la guerra diventa profitto e i popoli vengono sacrificati sull’altare del capitale.
“La guerra è un racket ma non tutti si piegano a questa logica”, dice. E cita movimenti di resistenza dal basso, sindacati combattivi, chiunque si ribelli ai “nuovi Mussolini digitali”.
Dal 1984 alla gabbia algoritmica
La cosa inquietante – o illuminante, dipende da come la vedi – è che le distopie che Waters immaginava nei suoi album non sono più metafore. Sono cronaca. The Wall, Animals, The Final Cut: rileggili oggi e scoprirai che stavano raccontando esattamente il mondo in cui viviamo. Il “Grande Fratello” di Orwell è diventato l’intelligenza artificiale, il controllo è passato dalle baionette agli algoritmi, i tiranni hanno cambiato volto ma non metodi.
Waters immagina un “Fletcher Memorial Home” moderno dove rinchiudere “tiranni incurabili e spietati statisti” – e la lista include Meloni, Milei, Starmer, Farage. Ma il vero potere, dice, è nelle mani di Musk, Bezos, Zuckerberg. Loro sono i guardiani della gabbia digitale, quelli che possono silenziare il dissenso con un click, senza bisogno di manganelli.
È pesante da digerire, lo so. Ma Waters non è mai stato uno che ti accarezza la testa dicendoti che andrà tutto bene.
L’integrità come ultima linea di difesa
E poi c’è l’episodio che forse più di tutti definisce chi è Roger Waters nel 2026. Melania Trump – sì, proprio lei – gli ha offerto una cifra “esorbitante” per usare Wish You Were Here nel documentario sulla sua vita per il funerale della madre. Waters ha rifiutato. Categoricamente. Nonostante i soldi, nonostante la perdita umana della Trump, nonostante tutto.
Perché? Perché per Roger accettare sarebbe stato tradire tutto ciò in cui crede. Sarebbe stato scambiare una comparsa nella guerra per un ruolo da protagonista in una gabbia.
È qui che capisci che, al di là delle posizioni politiche discutibili o provocatorie, al di là delle paranoie complottiste che a volte sembrano affiorare, c’è qualcosa di incorruttibile in quest’uomo. Una coerenza feroce, ossessiva, che lo rende probabilmente difficile da frequentare ma impossibile da ignorare.
L’incomprensione necessaria
Torniamo alla frase iniziale. Roger che si irrita quando Dave canta Wish You Were Here. Forse il punto non è stabilire chi dei due abbia ragione. Forse il punto è che entrambi hanno portato qualcosa di essenziale a quel brano – Waters le parole e la rabbia, Gilmour la voce e la bellezza che l’hanno resa universale.
Ma l’incomprensione tra loro è anche emblematica di qualcosa di più grande: il conflitto eterno tra chi vuole che l’arte sia un’arma e chi vuole che sia consolazione. Tra chi cerca la verità e chi cerca la bellezza. Tra la comparsa e il protagonista.
Waters ha scelto la sua parte cinquant’anni fa e non l’ha mai abbandonata. Continua a combattere la sua guerra contro i muri – quelli fisici e quelli invisibili – sapendo che probabilmente non la vincerà mai. Ma continuando comunque, perché per lui non farlo significherebbe tradire tutto.
È esasperante? Sì. È ammirevole? Anche. È Roger Waters? Assolutamente.
E alla fine, mentre leggi quest’intervista incendiaria, ti ritrovi a porti quella domanda che lui continua a fare da mezzo secolo: tu, da che parte stai? Sei una comparsa nella guerra o un protagonista in gabbia?
La risposta, temo, è più scomoda di quanto vorremmo ammettere.

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