Roger Waters da Piers Morgan spara a zero sul Mondo (e su Ozzy Osbourne)
C’è un momento, guardando Roger Waters ospite di “Piers Morgan Uncensored”, in cui ti rendi conto che non stai assistendo a un’intervista. Stai assistendo a un assedio. Da una parte Piers Morgan, professionista del “ringside” mediatico, dall’altra il bassista più politicizzato della storia del rock che non è venuto a presentare un disco ma a fare guerra. Guerra dialettica, s’intende, ma guerra vera. Perché Waters, a ottant’anni suonati, non è più solo l’architetto di The Wall — è diventato l’ultimo samurai di una controcultura che non trova più casa da nessuna parte, nemmeno nel proprio paese.
E quando dico “guerra”, non esagero. Waters arriva preparato come un generale che sa di dover difendere un’intera visione del mondo in diretta mondiale. Ora, puoi pensarla come vuoi su queste posizioni — e ci arriviamo — ma una cosa è innegabile: Waters non recita un copione. Ha una “Grande Teoria Unificata dell’Antimperialismo”, e ogni singolo conflitto del pianeta deve incastrarsi in quel puzzle. Altrimenti sei complice dell’Impero.
Il Venezuela e la guerra dei dati
Partiamo dal Venezuela, perché lì Morgan lo incalza subito. Nicolás Maduro: dittatore o leader legittimo? Per Waters non ci sono dubbi: “Debitamente e democraticamente eletto”. Punto. Morgan ribatte con i numeri: otto milioni di profughi, inflazione stellare, torture documentate dall’ONU. La risposta di Waters è chirurgica e spiazzante: propaganda. Tutto propaganda occidentale.
Le sanzioni americane, secondo lui, sono l’unico vero crimine. Non una conseguenza della gestione disastrosa del regime, ma la causa. Un alibi totale. E quando Morgan cita i legami di Maduro con il narcotraffico, Waters lo liquida come “sciocchezze assolute”, tirando fuori i report della DEA che — a suo dire — non nominerebbero mai il leader venezuelano.
Qui si capisce la strategia di Waters: non contesta i fatti punto per punto. Li delegittima. Il New York Times? “Confeziona storie”. I governi che riconoscono l’opposizione? “Élite, non il popolo”. È un muro retorico perfetto, quasi inespugnabile. Perché come controbatti a uno che ti dice “tutto quello che leggi è menzogna”?
Il problema — ed è un problema grosso — è che dall’altra parte ci sono milioni di venezuelani in fuga, testimonianze di violenze, dati umanitari che urlano. E Waters sembra guardare altrove, non per cattiveria, ma perché nel suo schema ideologico quei dati non possono essere veri. Altrimenti crolla tutto.
Iran: diritti delle donne vs. stabilità nazionale
Sull’Iran succede una cosa ancora più stramba. Waters dice di essere favorevole al diritto delle donne iraniane di vestirsi come vogliono — fin qui tutto bene — ma poi riduce le proteste dopo la morte di Mahsa Amini a una questione “puramente economica”. Inflazione, svalutazione monetaria, cose che capitano quando l’Occidente ti strangola con le sanzioni.
E chi ha trasformato il malcontento in rivolta? Beh, ovviamente la CIA. “Bande di teppisti armati” infiltrati per destabilizzare il regime. Il popolo iraniano, assicura Waters, è “solido e unito” dietro al proprio governo.
Ecco, questo è il paradosso di Waters portato all’estremo: l’uomo che ha passato mezzo secolo a denunciare l’autoritarismo, finisce per giustificare la polizia di un regime teocratico in nome della lotta all’imperialismo. È straniante. Perché in fondo Waters crede nella libertà individuale, ma quando si tratta di scegliere tra quella libertà e la resistenza all’Occidente, sceglie sempre la seconda.
Hamas, il 7 ottobre e la semantica della rivolta
Poi si arriva al punto di rottura: Israele e Palestina. Qui Waters non si limita a criticare Netanyahu o la gestione di Gaza. No, va dritto al cuore del linguaggio stesso. “Chiunque abbia un QI superiore alla temperatura ambiente, sa che la parola ‘terrorista’ è una piaga. Non significa nulla.”
Hamas? Non è un’organizzazione terroristica. È “l’ala armata di un popolo occupato”. Il 7 ottobre? Non una strage indiscriminata di civili, ma un atto di resistenza. E qui Waters si spinge ancora oltre: sostiene che molte delle vittime israeliane siano state causate dal fuoco incrociato dell’IDF e dai “missili Hellfire” lanciati dagli elicotteri Apache. Mette persino in dubbio le accuse di violenza sessuale di massa.
È un territorio minato, questo. Perché Waters sta facendo due cose contemporaneamente: da un lato smonta la narrativa ufficiale israeliana (cosa che fanno anche molti analisti critici ma non allineati), dall’altro abbraccia versioni alternative che — diciamolo — suonano come teorie del complotto. E lo fa con una sicurezza granitica che non lascia spazio al dubbio.
Poi definisce il Regno Unito “uno stato fascista” per aver criminalizzato le attività pro-Palestina. Cita Jeremy Corbyn, parla di persecuzione politica. E sì, ok, ci sono questioni legittime sulla libertà di espressione nel dibattito britannico, ma “fascista”? Waters non fa sfumature. O sei con i resistenti, o sei complice del fascismo.
Ucraina: Putin con i guanti… tolti ma delicati?
Sulla guerra in Ucraina, Waters fa una cosa curiosa. Dice che l’invasione russa è “deplorevole” — certo, ci mancherebbe — ma subito dopo sposta il peso della colpa sull’espansione della NATO. Fin qui, posizione discutibile ma argomentabile. Poi però arriva la chicca.
Waters parla di Putin che ha condotto l’operazione militare “with his gloves off” — cioè senza guanti, senza freni. Ma nella stessa frase sostiene che il leader russo abbia fatto di tutto per “evitare vittime civili”. Aspetta, cosa? Senza guanti ma chirurgico? È una contraddizione linguistica talmente evidente che ti chiedi se Waters se ne renda conto.
E poi, naturalmente, c’è Boris Johnson. Secondo Waters, sarebbe stato lui a sabotare i colloqui di pace del 2022, trasformando l’Ucraina in una pedina sacrificabile dei giochi di potere occidentali. Anche qui: c’è un fondo di verità su certe dinamiche geopolitiche, ma il modo in cui Waters la racconta cancella completamente l’agency ucraina. Come se Zelensky e gli ucraini non avessero voce in capitolo sul loro destino.
L’americano che odia l’America (ma non gli americani)
A un certo punto Morgan gli chiede: “Ma se gli Stati Uniti sono così terribili, perché ci vivi dal 2000?” È una domanda legittima, e Waters ha pronta la risposta. Separa il “popolo americano” — descritto come generoso, solidale, genuino — dal sistema di potere che lo governa. “Gli Stati Uniti non sono una democrazia,” dice senza mezzi termini. Sono un’oligarchia dominata da lobby come l’AIPAC.
Su Trump è senza pietà: “Demente”, “malvagio”, “canaglia”. Ma non è che abbia parole migliori per Biden o per chiunque altro al potere. Per Waters, il problema non è il partito. È il sistema.
E quando Morgan insiste, Waters non esclude di trasferirsi in Portogallo o ai Caraibi. Magari sarà proprio “Trump e la sua cabala” a costringerlo all’esilio attraverso atti di violenza politica, paventando scenari quasi da thriller distopico.
Ozzy, il lutto e l’assenza totale di pentimento
Poi l’intervista scivola in un territorio davvero scomodo. Morgan tira fuori la questione Ozzy Osbourne, morto pochi mesi prima a luglio. Ad agosto Waters aveva rilasciato un’intervista in cui aveva criticato pesantemente il Principe delle Tenebre, scatenando una reazione furiosa da parte della famiglia Osbourne. E ora Morgan lo incalza: non hai niente da dire? Nessun ripensamento?
La risposta di Waters è di un’aridità glaciale. Ribadisce il suo disgusto per l’episodio del morso al pipistrello, per l’istrionismo rock che Ozzy rappresentava. “Non provo rimpianti per nulla nella vita,” dice con una fermezza che gela. Morgan gli chiede esplicitamente se voglia scusarsi con la famiglia. Waters liquida Sharon Osbourne come “una sionista rabbiosa” e chiude il discorso.
È un momento che ti lascia addosso un disagio strano. La sua missione politica, la sua coerenza ideologica vengono prima di tutto. Anche del galateo più elementare. Anche del rispetto per i morti.
È un momento che fotografa perfettamente chi è Waters oggi: un uomo che riserva empatia solo a chi considera vittima dell’Impero. Julian Assange? Un “grande cercatore di verità”, commovente nella sua sofferenza. Ozzy Osbourne? Una caricatura del rock commerciale indegna di rispetto, anche post mortem.
Non cerca la simpatia. Cerca la coerenza con la propria missione. E se questo significa essere spietato persino con un collega appena scomparso, pazienza. Il mondo è in fiamme, e lui non ha tempo per le buone maniere.
L’ultimo anti-eroe, solo dietro il suo muro
Alla fine, cosa resta? Resta un uomo che ha trasformato la propria vita in un atto politico permanente. Waters non è più un musicista che fa dichiarazioni politiche — è un attivista che usa la musica come mezzo. E questo, che tu sia d’accordo o meno, richiede un certo coraggio. O una certa incoscienza, dipende dai punti di vista.
Perché le posizioni di Waters non sono comode. Non piacciono a Hollywood, non piacciono ai governi occidentali, non piacciono nemmeno a buona parte dei fan dei Pink Floyd. Waters è solo. Completamente solo.
E forse è proprio questo che lo rende così irriducibile. Perché quando hai bruciato tutti i ponti, quando sei stato cancellato da festival e definito antisemita (accusa che lui respinge con veemenza, giustamente), quando persino il tuo paese ti considera persona non grata… beh, a quel punto non ti resta che raddoppiare. Andare fino in fondo. Morire sulla tua collina.
La domanda è: questa è lucidità profetica o cecità ideologica? È un uomo che vede cose che gli altri si rifiutano di vedere, oppure è uno che ha costruito un sistema di credenze così blindato da non poter più essere scalfito dai fatti?
Probabilmente è entrambe le cose. Perché Waters ha ragione su alcune dinamiche dell’imperialismo occidentale, sulle doppie morali, sulle guerre vendute come missioni umanitarie. Ma quando ogni singolo conflitto deve confermare il suo schema — quando non c’è spazio per la complessità, per il dubbio, per la possibilità che a volte le vittime abbiano torto e i carnefici non siano sempre gli stessi — allora diventa qualcos’altro. Diventa un ideologo.
E gli ideologi, per definizione, non cambiano idea. Resistono. Fino alla fine.
Roger Waters è l’ultimo grande anti-eroe del rock. Uno che preferisce avere ragione da solo piuttosto che torto in compagnia. Che vede il silenzio come l’unica vera sconfitta. E che continuerà a urlare contro quel muro — il suo, il nostro, quello del mondo — anche quando nessuno sarà più lì ad ascoltare.
Perché, in fondo, è quello che ha sempre fatto.

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