Dear Pink Floyd – La poesia di Simon Armitage

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Sul canale YouTube dei Pink Floyd è stata pubblicata questa poesia Dear Pink Floyd un testo struggente scritto dal poeta Simon Armitage. Sotto la nostra traduzione. (Se trovate degli errori e avete da fare delle correzioni scrivetelo nei commenti!)

Cari Pink Floyd,
il pacco è arrivato.
Ci sono voluti cinquant’anni.
È una capsula del tempo, un forziere,
un messaggio in una bottiglia legato a una scialuppa
gettata da una nave fantasma.
L’ho alzato verso il sole:
ha incendiato la mia stretta di mano.
Ho guardato attraverso il foro al centro:
era una camera stenopeica che metteva a fuoco la luce delle stelle.
Ho fatto orbitare i suoi ultimi vortici intorno al perno,
ho fatto atterrare l’esploratore lunare della puntina
nei suoi confini più remoti.
E tutto è tornato a cascata.
Pink Floyd, avevate dei capelli così lunghi.
Pink Floyd, vi ho visti suonare a Pompei.
I defunti sono usciti dai loro sepolcri per guardarvi,
i sepolti si sono alzati dai loro sarcofagi di cenere
per annuire, tenersi per mano, fare l’amore.
Pink Floyd, io c’ero
quando avete suonato a El Dorado, a Machu Picchu, nel Valhalla.
Gli dei erano sbalorditi.
Vi ho visti suonare nei Giardini Pensili di Babilonia,
sulla cima del Kilimanjaro.
Quando avete suonato nella Fossa delle Marianne
e i pesci trasparenti pulsavano d’ultravioletto
avete mai pensato a quante orecchie vi sareste insinuati dentro, Pink Floyd?
Posso entrare nella vostra band?
Avete mai immaginato le milioni di menti
dove vi sareste mossi, dentro e fuori?
Avete ucciso la musica classica con un solo accordo,
e meno male.
Avete creato colonne sonore per sogni profondi,
fatto astrofisica senza numeri,
filosofia senza parole,
fatto vibrare gli atomi nelle ossa e nei cervelli.
Vi ho visti, Pink Floyd,
suonare a Proxima Centauri, nello spazio profondo.
L’universo sedeva a gambe incrociate,
o danzava nella sua trance da zombie.
Avete piegato la luce.
Avete giocato con la gravità, Pink Floyd.
Voi avete desiderato che fossi qui,
ma io c’ero, da sempre.
Adesso sono anche dietro le quinte,
con la folla in estasi davanti,
con gli hippy persi in fondo ai sogni,
con i dirigenti senza volto che fumano sigari torpedo
dietro vetri insonorizzati.
Siete un cane bianco in studio, Pink Floyd.
Avevate quei lunghi, lunghissimi capelli.
Vi è mai passato per la testa
che potevate inclinare il mondo col rumore?
Che potevate massaggiare il cuore con una nota?
Pink Floyd, avete trovato
la frequenza di risonanza dell’anima umana.
Quello che avete cantato è inciso.
Gli accordi che avete toccato sono scolpiti.
Origliavo questo album il primo giorno:
aveva una forma.
L’ho rimesso sul piatto dopo venticinque anni:
aveva sostanza e consistenza.
Lo ascolto ora, mezzo secolo dopo:
ha forma e dimensione.
È assenza diventata presenza,
pienezza sciolta in nostalgia.
Pink Floyd,
vi ho visti suonare in Arcadia, in Narnia,
al polo sud magnetico, ad Anchor. Cosa?
nell’ombra ambrata di Uluru, ad Atlantide,
quando ero quel pazzo che saltava sul palco
e voi diceste ai buttafuori di lasciarmi stare,
di lasciarmi fluttuare e ondeggiare.
Avevate quei meravigliosi lunghi, lunghi capelli.
Oh, miei Pink Floyd.
Ero lì in studio,
macchiando i fogli dattiloscritti con le dita d’inchiostro,
giocando coi fader,
schiacciando la faccia contro il vetro,
dormendo nei sintetizzatori,
raccogliendo le take scartate in un sacchetto di plastica.
E, cari signori Pink Floyd,
questa parte è pura verità evangelica:
ho visto un ragazzo con una maglietta Wish You Were Here
così lontano nel Rio delle Amazzoni
dove persino gli alberi si erano persi.
Ho visto una donna sbattere una felpa bagnata dei Floyd
su una roccia piatta sulle rive del Gange.
Ho sentito Welcome to the Machine
dietro la porta di una capanna di salvataggio artica,
ho sentito Have a Cigar risuonare
su per la scala di ferro di qualche prigione vittoriana.
Pink Floyd, eravate solo uomini che facevano un lavoro mortale.
Oh Gesù, questo disco è bussola, orologio e coscienza
tutto in uno.
È la guida all’eternità in 44 minuti e 5 secondi.
L’infinito misurato in cinque canzoni.
E allora avanti,
voi progger, voi folli, voi musicisti,
voi che abbagliate, scintillate, brillate.
Con affetto sincero,
Con affetto da tutti gli zaffiri pazzi,
gli smeraldi folli, i rubini svitati,
i diamanti pazzi.
Ancora e ancora… e poi basta.
P.S.
Chi è Pink?
Ah, ah, ah, ah, ah

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