Il celebre poster del catalogo “arretrato” dei Pink Floyd
Nel 1997 la EMI, per rilanciare l’intero catalogo dei Pink Floyd, decise di affidarsi a un’idea tanto semplice quanto geniale: trasformare sei delle copertine più iconiche della band in un’opera fotografica che unisse arte, provocazione e memoria visiva. Il risultato fu l’immagine che ancora oggi campeggia nelle collezioni degli appassionati: il cosiddetto back catalogue, meglio conosciuto come il poster con le modelle nude che portano dipinte sulle schiene le copertine dei dischi.
Il servizio fotografico fu realizzato nel 1996 dal fotografo Tony May in una piscina privata coperta a Putney, nel quartiere londinese di Wandsworth. L’idea di utilizzare corpi femminili come tela per rappresentare le copertine nacque da Finlay Cowan, giovane designer che collaborava con Storm Thorgerson, storico artefice di gran parte dell’immaginario visivo legato ai Pink Floyd.
Per dare vita al progetto fu coinvolta l’artista del body painting Phyllis Cohen, che con estrema precisione riprodusse sulle schiene delle modelle le grafiche originali di sei album.
Le copertine scelte
Sedute sul bordo della piscina, le sei modelle mostravano in sequenza:
- Atom Heart Mother (1970) – modella: Pauline Swain
- Relics (1971) – modella: Julia Ashbury
- The Dark Side of the Moon (1973) – modella: Jackie St. Clair
- Wish You Were Here (1975) – modella: Mandy Lomax
- The Wall (1979) – modella: Jo Caine
- Animals (1977) – modella: Kimberley Cowell
Un’immagine diventata icona
Nella sua opera Mind Over Matter: The Images of Pink Floyd, Storm Thorgerson sottolineò come la fotografia avesse colto perfettamente lo spirito dei Pink Floyd: un mix di concettualità, ironia e audacia visiva.
«Tutto è nato quando nel 1996 ci commissionarono di pubblicizzare l’intero catalogo dei Pink Floyd. Nel mondo dei Floyd c’è un incredibile senso dell’umorismo, e decisero che il “back catalogue” dovesse essere letteralmente… il catalogo sulle schiene.»
«Così mi commissionarono di fotografarlo, per un poster promozionale.»
«Era difficile capire come riutilizzare le immagini delle copertine degli album. Non puoi distorcerle troppo, altrimenti diventano irriconoscibili. L’idea delle “schiene” sembrava un bel modo per riproporre quelle immagini in un contesto leggermente diverso, ma comunque relativamente chiaro. Ci volle un’eternità per dipingere le ragazze: dovettero rimanere immobili per cinque o sei ore mentre le loro schiene venivano dipinte dalla bravissima Phyllis Cohen.»
«Inizialmente le copertine dovevano essere dipinte sulle schiene di ragazzi e ragazze, ma questo ci creava un problema, perché ogni schiena rappresentava una copertina di album, e tutte le copertine hanno la stessa dimensione e forma. Avevamo bisogno di uniformità, e le schiene di ragazzi e ragazze sono ovviamente molto diverse. Dovevamo scegliere, e scegliemmo le ragazze – probabilmente perché noi siamo uomini. È una scelta discutibile dal punto di vista del politically correct, e la foto ha ricevuto alcune critiche – soprattutto dalla mia compagna. Ma la maggior parte delle donne a cui l’ho mostrata non se ne è lamentata. Penso soltanto che le schiene femminili siano più eleganti di quelle maschili, e in questo caso cercavo proprio eleganza e armonia delle forme.»

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